26 marzo 2016

Il coniglietto (di Pasqua)

Niente menù del sabato questo sabato, ci mancherebbe ;-) Non resisto però alla tentazione di riproporvi  la piccola fiaba che segue. Non cercatela nei libri. Questa è tutta mia, nata in ambito professionale e indirizzata in origine ai bambini delle elementari. L'ho ritrovata in archivio e ve la regalo con l'augurio che questi giorni di festa non siano giorni di fretta.

- Sono in ritardo, sono in ritardo, accidentoni sono proprio in ritardo, va ripetendo Codìn Coniglio mentre corre a perdifiato per raggiungere i compagni sulla strada per la scuola.
Non ho sentito la sveglia. Sono in ritardo... in ritardo!
Ben presto però, il coniglietto è davvero senza fiato. Anche perché, alzandosi all'ultimo momento, non c'è stato il tempo per fare colazione. Con la pancia vuota, le forze vengono presto a mancare.
- Sono in ritardo e ho tanta fame, mugugna Codìn Coniglio mentre si riposa un attimo al riparo di un cespuglio. Solo soletto in aperta campagna non si sente affatto sicuro. Mentre osserva guardingo i dintorni, gli cade l'occhio, proprio al di là del cespuglio, su... indovinate un po'? Un orticello!
- Oh che bello che bello che bello! C'è persino una piccola serra! Scommetto che trovo un po' d'insalata. Facciamoci coraggio!

Attorno alla serra, l'orto è ancora nero di vecchio gelo. Sono neri e rinsecchiti gli steli di una fila di margherite, neri i gambi di cavolo abbandonati nella terra, neri i rami potati dai vecchi peri che fanno da cinta all'orto sull'altro lato. Ma, nella serra, Codìn intravede una splendida lattuga, verde come solo una lattuga sa esserlo, una lattuga indifferente all'aria fresca della notte. Una lattuga da sogno. Codìn infila il musetto sotto la plastica, spinge un po' e... piccolo com'è, eccolo nella serra. Senza esitazione, mette in funzione i dentoni. Ciomp ciomp ciomp, in tre bocconi sgranocchia tre foglie di lattuga senza neppure riprendere fiato.
-Ah, adesso sì che va meglio!
Ma ben presto, le cose vanno molto meno bene. La testa di Codìn inizia a girare. Mette il musetto tra le zampe e... si accorge che sono diventate verdi, verdi come solo una lattuga sa esserlo. Scuote le orecchie, che ha belle lunghe e... verdi, sono diventate verdi. Di un bel verde lattuga. E anche le unghie e il pancino e il codino... Che spavento!
- Bianco, sono un coniglietto bianco! grida disperato il povero Codìn.

Il coniglietto bianco diventato verde ha una gran paura e non sa più che fare. In quel momento scorge tra le zolle... una piccola carota. Una bella carotina che sembra fresca di giornata.
- Dev'essere dolcissima! Io la mangio, magari mi fa guarire
Messi in funzione i dentoni, sgranocchia in un attimo la carota.
- Che buona! Era davvero dolce. Ah, sto già meglio! pensa Codìn un attimo dopo vedendo impallidire le sue zampe. Evviva, sono già molto meno verde! Si vede che mi è venuta un allergia. Semplice, sono diventato allergico alla lattuga! Che peccato, mi piaceva tanto la lattuga. Ora però sto davvero meglio!
Ben presto però, si sente decisamente meno bene. La testa inizia di nuovo a girare. Codìn Coniglio mette il muso tra le zampe e si accorge che ... sono diventate arancione. Di un bel color carota matura. Che spavento!
- Un'altra allergia?! Accidentoni, sono davvero sfortunato. Mai più lattuga, mai più carote, che destino crudele! si lamenta il coniglietto bianco diventato verde poi arancione. Cosa diranno i miei compagni vedendomi così colorato? Ero già tanto in ritardo!
E riprende la sua corsa sulla strada della scuola.

A dir vero, la strada della scuola è una scorciatoia, un sentiero di campagna ora bordato dai rovi. Codìn si sente di nuovo stanco e si ferma un attimo a riposare. Volta la testa e, tra le spine, vede una bella mora, un enorme mora nera e lucida. Cosa ci faccia lì in questa stagione potrebbe chiedersi il coniglietto se non avesse altro per la testa. Ma... ciomp!
- Mhm, che buona, che dolce! Ah, mi sento molto meglio, sospira il coniglietto bianco diventato verde poi arancione. E di colpo nero e lustro come sanno essere solo le more mature.
- Accidentoni! Scommetto che se rosicchio una mora acerba divento tutto rosso. Nooooo, non voglio sapere. Ho paura! Voglio la mia mammaaaaaaaaa!

In quell'istante, Codìn Coniglio si sveglia scalciando e spalanca gli occhi. Guarda le sue zampe. Bianche. Le orecchie... Bianche! Pancino e codino... Bianchi!!
Che sollievo, era solo un incubo!


Kat

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07 dicembre 2008

Natalcord


Natalis Solis Invicti: il sole rinasce invitto.
Il latino è approssimativo e la traduzione a braccio ma, questo era il senso del Natale per i latini. Nei miei ricordi invece: sono tante cose buone da mangiare :-)
Anche il panettone era buono (lo si vedeva solo a Natale e solo uno per tutta la famiglia). Eppure non sono poi così vecchio, sono nato, lo giuro, nella seconda metà del secolo scorso.
Anche i cap'let, seppur fatti in casa erano rari e riservati ai giorni di festa, come la camicia buona per la domenica. E l'esotica insalata russa? Quella con la maionese fatta dalla mamma che preparava anche tutte le verdurine. All'epoca non c'erano ancora i supermercati e, nei negozietti dei villaggi di montagna non si trovava di certo la macedonia di verdura in scatola. E chi se la poteva permettere?
Anche le spagnolette (arachidi) arrivavano solo a Natale. I costosissimi mandarini li trovavamo, invece, nella calza della Befana... E poi c'erano le pesche, quelle dolci, fatte in casa con due biscotti tenuti insieme con la marmellata, poi bagnati nell'alkermes e fatti rotolare nello zucchero. Questo era il compito riservato a noi bambini che rubavamo con la punta delle dita i golosi grumi di zucchero e liquore. Già, la grande riunione di famiglia per preparare il pranzo di Natale, con il nonno e il papà sempre un po' tristi perché loro, essendo uomini, erano esclusi. Per fortuna io ero ancora abbastanza piccolo da essere neutro e poi si stava avvicinando il '68 e con esso la liberazione del maschio da questi ridicoli giochi di ruolo. Strano, adesso che ci penso, col Natale arrivavano anche le lunghe vacanze scolastiche; giornate intere a giocare nella neve che, nei miei ricordi, era sempre abbondantissima già dai primi di Dicembre.


Eppure, quando si avvicina il Natale, ripenso con nostalgia a quando si preparava l'albero e il pranzo tutti assieme e, solo dopo, ricordo le vacanze o i regali. Sicuramente, allora era il contrario ma la memoria, per fortuna, ci mette del suo. Quando vedo spuntare le prime decorazioni natalizie, dopo aver detto il classico: -Oddio, siamo già a Natale?- con una certa apprensione per l'aumento del traffico e l'affollamento dei negozi, mi torna in mente il papà che tornava a casa con l'albero e la mamma che frugava in remoti ripostigli. Ne tirava fuori delle scatole polverose con le palline, quelle di vetro, leggerissime e fragilissime. Com'erano belle, appese all'albero con il filo da rammendo. Che bello quando papà cominciò a lasciarmi scegliere le palline che poi avrebbe agganciato cominciando dall'alto. Che conquista quando cominciò a fidarsi dei mie nodi e qualcuna me la lasciava fissare anche a me. E quando, ormai grandi (12 anni io e 8 mia sorella) affidò a noi la responsabilità dell'intera operazione. Lui ci sorvegliava discretamente nascondendo la fierezza dietro l'immancabile nazionale senza filtro. Anche la mamma era contenta quando, seppur cresciuto, continuavo a trafficare con loro donne in cucina. E come mi sentivo adulto e importante quando decoravo con olive e cetriolini l'insalata russa. E oggi? Oggi il Natale è solo nostalgia e rimpianto. Forse perché molte di quelle persone non ci sono più. Forse perché i sogni e le illusioni sono rimaste la, insieme all'entusiasmo di un bambino che stava in ginocchio sulla sedia a modellare le pesche? No, forse no, mi manca solo quella capacità di stare insieme, di condividere una creazione, di non dare nulla per scontato, di non considerare banale nemmeno la scelta della posizione delle palline sull'albero. E' solo la memoria che mi gioca brutti scherzi? Che mi fa ricordare solo le cose belle, ingigantendole?
Dai, quest'anno, per Natale, facciamo qualcosa di.... qualcosa di ...di natalizio.
Ma alla maniera antica, senza comprare, andare, correre, telefonare. Dai, diamo inizio a una nuova/vecchia tradizione.
Remy

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05 aprile 2007

Di Chiocciole, Insalate, Nonni e Nipotine


- Okay - disse il nonno, che ormai si ritrovava questa parola inglese sempre più spesso sulle labbra - e allora d’accordo: tu al tuo cartoon, e intanto io a fare qualcosa nell’orto, perché se le lumache non mi vedono, addio insalata!
Amy, che già stava per rientrare, si fermò di botto.
- Perché addio insalata?
Il nonno allargò le braccia.
- Perché quelle vanno pazze per la lattuga - rispose - e se non mi vedono, c’è il rischio che non ne resti foglia. E senza lattuga niente insalata.
Amy, che attorno a sé, a scuola o alla TV, ascoltava voci sempre più appassionate in difesa degli animali, e teneva sul comodino una bellissima chiocciola d’argento, tornò sui suoi passi.
- Ma se ti vedono, cosa succede: gli fai paura?
- Allora diciamo che se non mi faccio vedere, per loro è Pasqua. Se invece arrivo prima io, allora è Quaresima. Ma dopo ti spiego.
Alla nipotina, la cosa non suonò molto chiara. La faccenda del nonno che faceva da Pasqua e anche da Quaresima continuò ad entrarle e ad uscirle dalla testa anche dopo, in casa, mentre seguiva il cartoon con le comiche mirabilie del Gatto Silvestro, sprofondata nella poltrona che era stata della nonna. Alla fine si stufò, balzò in piedi e si avviò dietro casa, verso l’orto: un grande patchwork di tanti verdi rettangolini, ma di un verde diverso l’uno dall’altro.
Il nonno, curvo su uno di questi, fitto di larghe foglie che forse erano proprio di lattuga, stava spargendo torno torno da un sacchetto che reggeva in mano, qualcosa che somigliava a granelli di sabbia. La bambina gli si avvicinò e lo tirò per la camicia.
- E le chiocciole, nonno? Sei arrivato prima di loro?
- Tardi, stamattina abbiamo fatto tardi. Le lumache se la sono già fatta una bella colazione.
Gli occhi di Amy si accesero di contentezza.
- Proprio come noi, allora!
- Più o meno. Guarda un po’ qui.
La bambina si abbassò sulle ginocchia e, abbassandosi fino quasi a terra, scorse una sorta di galleria che si inoltrava tra le foglie della lattuga, diligentemente smangiucchiate lungo il gambo.
- Colazione a base di buona lattuga, fresca e tenera - commentò il nonno, piuttosto contrariato.
- Chissà che scorpacciata! - esclamò allegramente Amy - dovevano essere proprio affamate, le tue chioccioline …
- Può darsi. E sanno scegliere: sono due mesi che vengo qui ogni giorno per farla crescere bene, questa lattuga …
- Le chioccioline di sicuro ti ringraziano.
- Dici? Mi fa piacere. Solo che la lattuga mi piacerebbe anche mangiarla. Penso che piaccia anche a te, in insalata con un po’ di pomodoro …
- Certo che mi piace! Ma qui ce n’è per tutti: anche le lumache hanno diritto di mangiare.
Il nonno si piantò le mani sui fianchi e parve spazientito.
- Però se qui non si fa qualcosa, della lattuga non vediamo neanche più l’ombra!
La nipotina si fece seria e replicò che nell’orto c’era un sacco di altre cose da mangiare. Il nonno ribatté che se non le avesse ostacolate, le lumache si sarebbero divorate tutto l’orto.
- È giusto che mangino anche loro - fu la asciutta risposta della bambina.
Il nonno sbottò.
- E vada per le tue lumache, allora. E per i topi, i lombrichi, i maggiolini e l’infinità di insetti che vanno all’assalto di pomodori, fagiolini, cavoli, carote, radicchio, cipolle, prezzemolo e tutto il resto? Devo lasciarli fare?
Amy fece spallucce.
- Non lo so. Ma tutti devono mangiare - concluse con piglio corrucciato.
Così, sotto il sole ormai alto sull’orizzonte, tra la nipotina e il nonno si accese una discussione serrata, che divagando tra gli ortaggi freschi e gli ortaggi congelati nelle confezioni vendute nei supermercati, lavoro per produrli, insetti in cerca di cibo, “diritti” degli animali e “diritti” degli uomini di chiamarli parassiti e di combatterli, non portò da nessuna parte e lasciò tutt’e due nelle proprie posizioni:il nonno fermo sulla necessità di difendere la sua lattuga, ferma la bambina sul diritto delle lumache a sfamarsi. La situazione precipitò verso l’arrabbiatura quando saltò fuori che il nonno, per sbarrare la strada alle chiocciole, spargeva là attorno della sabbia, che si attaccava al corpo molliccio delle lumache impedendogli di respirare così che, mezzo morte, lui le raccoglieva e le buttava. Amy trovò che era una vera e propria crudeltà, le venne da piangere e scappò a nascondersi in casa.


Di sottecchi, attraverso le nuvolette di fumo azzurrognolo della pipa, tratto tratto il nonno osservava la nipotina, venuta silenziosamente a sedersi sotto il portico, all’estremità opposta della lunga panca addossata al muro. L’aria imbronciata, gli occhi piantati sul videogioco stretto tra le mani, Amy dava l’impressione di voler stare sola, e il nonno, senza dir nulla, continuò a fumare, almanaccando dentro di sé certe cose venute a girargli per la testa, a proposito dell’orto, della lattuga, delle lumache e di tutto il resto. La pipa ad un certo punto s’impuntò e non volle saperne di continuare il suo compito. Il nonno verificò, provò a rimestare quel po’ di tabacco mezzo incenerito rimasto sul fondo, infine si arrese, e per scuoterne via i residui, dette due o tre colpettini (ma con garbo) sull’angolo della panchetta. Parve proprio un segnale e istintivamente Amy volse il capo, gli sguardi si incrociarono e il nonno colse l’attimo per far scivolare lungo la vecchia panca un sommesso “buongiorno”.
- Ciao - rispose la bambina, piantando di nuovo gli occhi sul display del cellulare. Però il ghiaccio era rotto.
- Scommetto - attaccò il nonno, riprendendo a trafficare con la pipa - che hai parlato con la mamma.
Amy fece cenno di si.
- Hai fatto bene. E le tue amiche?
- Solo la mamma.
- Le chiamerai un’altra volta, sarà bello lo stesso. Ma adesso, sai Amy, mi piacerebbe far due chiacchiere con l’amichetta delle lumache che mi sta seduta a un chilometro di distanza. Ma come faccio a parlarle da qui: non posso mica mettermi a gridare …
Nel volto della bambina, il broncio lasciò il posto a un mezzo sorriso, e senza alzarsi, puntellandosi sulle mani e sui piedi, si lasciò sdrucciolare fino al fianco del nonno. Sorrise anche il nonno, che al terzo fiammifero e alla terza boccata tirata a vuoto, per la seconda volta, si arrese.
- Questa pipa ogni tanto fa i capricci … - brontolò, e fu come un’esca, cui la nipotina non vedeva l’ora di abboccare.
- Il papà dice che la pipa è per gente che ha tempo da perdere - sentenziò.
- Davvero dice così?
- Dice anche che in macchina quelli con la pipa non si tolgono mai dai piedi.
- Giustissimo - ridacchiò il nonno - con pipe ostinate e capricciose come questa, uno come può andare avanti …
- E allora tu: perché la fumi?
Il nonno sembrò colto di sorpresa. Incrociò le braccia e andò a cercare le parole tra i rami del tiglio.
- Dunque, allora, questa si che è una bella domanda, anche perché, è difficile spiegarlo, insomma, vuoi che ti dica in un orecchio? Il fatto è che le cose stanno proprio come dice il tuo papà: la pipa è una meraviglia per perdere il tempo. Così i pensieri se ne vanno di qua, di là, su, giù, avanti, indietro, dove più gli piace, anche da nessuna parte, ma qualche volta ti portano dove non avresti mai immaginato di arrivare. O di tornare. È capitato anche prima, che avevo del tempo da perdere e la pipa tirava che era un piacere.
La bambina, incuriosita, volle sapere dove la pipa l’avesse condotto, e il nonno, con aria divertita, rispose che prima, mentre lei era nella sua cameretta, lui, senza accorgersene, tra una pipata e l’altra, si era ritrovato nell’orto, con un corteo di chiocciole in andirivieni tra la lattuga, e di lì era ripartito andando indietro nel tempo, quando, ragazzetto, viveva nella fattoria ch’era un tutt’uno con la stalla delle mucche, il recinto dei maiali, le gabbiette dei conigli e galline tacchini anatre e oche sgambettavano dentro e fuori la grande cucina, fino al giorno in cui bisognava, a questo o a quella, tirargli il collo per accontentare un po’ - ma solo un po’ - la fame che non passava mai. A quei tempi, continuò il nonno, a nessuno, ma proprio a nessuno, nemmeno al prete che ogni anno veniva a benedire la terra e tutti quelli che vivevano nella fattoria - nessuno, allora, pensava che alle bestie, come chiamavano mucche, galline e tutto il resto - spettasse qualche diritto. Allora i piccoli facevano a gara nel cortile per acchiappare le galline, il più sveglio riusciva a torcergli il collo prima che a provvedervi fosse la nonna o la mamma, e quando si ammazzava il maiale, in mezzo al cortile, era gran festa per tutto il vicinato, nessun bambino andava a scuola ed era baldoria …
- Non è vero, non ci credo … - lo interruppe la nipotina con voce tremante - e gli animalisti cosa dicevano?
- Gli amici degli animali, vuoi dire? Allora - sospirò il nonno - amici degli animali eravamo tutti, in un certo senso, perché era fame, per chi non ne aveva nella stalla o nella corte, e la fame è una gran brutta bestia, bambina mia, molto brutta. Che tu non hai mai visto, per fortuna.
Amy restò zitta, tutta aggrondata.
- Acqua passata - riprese il nonno - perché il bello viene adesso.
- Il bello? - la bambina si rianimò - Quale bello?
- Tu e le tue lumache: questo è il bello. E la pipa, si capisce, la pipa mi ha fatto girare per la testa tante cose. Per esempio, che i tempi sono cambiati. E poi, appunto, la faccenda delle lumache. Chi lo sa, non ci avevo mai pensato, ma forse hai ragione tu, forse hanno anche loro il diritto di nutrirsi, voglio dire, di stare un po’ di più su questa terra …
- Nonno, nonnello! - In uno slancio di esultanza, Amy balzò al collo del nonno e gli schioccò un bacio sulla fronte - Che bene che ti voglio!
- Okay, okay - scherzò il nonno - ma la lattuga? Come la mettiamo con la lattuga?
- Gliela lasciamo mangiare!
- Noi però restiamo senza.
Amy si fece seria di colpo.
- Non ci avevo pensato - disse a bassa voce.
- Questa è la faccenda - osservò il nonno - e in fondo è sempre la stessa: o mangiamo noi, o mangiano loro.


Seguì qualche momento di silenzio, che il nonno impiegò per cercare di riaccendere la pipa. Questa volta, quasi per sortilegio, la pipa funzionò, e la nuvoletta di fumo azzurro che si levò dal fornello, sembrò annunciare una via d’uscita al dilemma.
- Ma forse si potrebbe tentare - riprese il nonno, guardando con aria dubbiosa la nipotina - forse si potrebbe dividere la terra a lattuga in due zone. Ne difendiamo una, la più grande, perché le lumache non passino, e lasciamo l’altra tutta per loro. Che ne dici?
La risposta fu un gioiosissimo “Wonderful!” a braccia levate e pugni chiusi, come i ciclisti quando tagliano primi il traguardo.
- Come sarebbe … - fece il nonno, ma Amy non perse tempo.
- Dai nonno, dai che lo facciamo! - E, agguantato il nonno per mano, lo trascinò con sé verso l’orto. Qui, insieme, cominciarono con lo stabilire la porzione di aiuola da riservare al consumo domestico e quella da assegnare a pascolo delle lumache.
Circoscrissero questa con un solco e crearono un passaggio di accesso per le lumache munendo le parti inclinate di una compatta barriera di terra e pietruzze.
Ad opera terminata, il nonno si levò è restò, perplesso, a guardare il lavoro compiuto.
- È strano - borbottò - non ci avrei creduto che qualcuno potesse convincermi a lasciar mangiare la lattuga del mio orto alle lumache …
La bambina rise felice.
- Me l’ha detto anche il papà, che ho un sacco di cose da insegnarti!

Tratto da: Lucio Polo - "Ma nonno! Storia di un nonno poeta e di una ragazzina moderna" -
ed. IBRSC 2002

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17 novembre 2006

Spoja lorda - "non anniversario"

Delle persone care scomparse preferiamo ricordare il giorno del compleanno. A volte però la loro assenza punge forte. Quella di MuffaMonica punge ogni volta che, facendo la pasta fresca, ci troviamo a trafilare pasta marezzata di ripieno, quella che lei, ravennate, chiamava appunto "spoja lorda".
MuffaMonica c'è!
Kat e Remy con il supporto del Premiato Pastificio d'Artificio

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05 aprile 2006

Ho fatto Lo Strudel


Non mi curo del coro di ‘Embè???’ legittimo anche se precipitoso che tale affermazione può suscitare: piuttosto vi invito a soffermarvi sulle maiuscole da me usate. Essì, perché non ho fatto uno shtrudèll (pronuncia partenopea), ossia una versione adattata di questo dolce mitteleuropeo: no, a casa mia c’era proprio Herr Strudel.
Proprio quello con la pasta da strudel.
Proprio quella pasta stesa da sotto con il dorso delle mani prima e con le dita dopo.
Proprio con quella tecnica che non avrei mai compreso semplicemente leggendone, se poi non l’avessi vista realizzare.
E qui torno con la mente alla mia prima volta: anni fa, guardavo con gran gusto, oltre che con una malcelata invidia derivante dalla voglia di emularle, il programma delle Two Fat Ladies. Clarissa spiegava la ricetta di un dolce con le mele bretone? Normanno? Mah…diciamo del nord della Frons (magari lesanfàndlapatrì mi potranno aiutare): aveva davanti a sé un tavolo per dodici coperti, completamente sgombro e ricoperto da un telo bianco infarinato, la cui superficie era occupata all’incirca per un ottavo da un disco di pasta ‘tipo strudel’. Con le sue belle e sapienti manone, nonché un’abnegazione mai vista prima, ha steso quell’impasto attraverso piccoli, delicati e rispettosissimi movimenti, fino al punto di ricoprire tutta la tovaglia. Strato di mele et cetera, arrotolamento e successivo acciambellamento a mo' di spiralona, indi cottura in forno. Inutile dire che sono rimasta folgorata dalla tecnica e dentro di me germogliava l’insano proposito di cimentarmi…prima o poi. Dopodiché ritrovo la stessa, applicata anche nella torta Pasqualina, quella classica con i trentatré strati cristiani tra i quali si insuffla aria: e qui il germoglio intestino diventa virgulto. Indi la ricetta dello Strudel: io e il mio pollone interiore siamo ormai prossimi alla fioritura. Tralascio la descrizione degli innumerevoli e soprattutto patetici, falliti tentativi precedenti: varrebbe la pena di citare solo il primo, che se fosse stato documentato, avrebbe potuto concorrere per “Essere comici e non saperlo” od anche per “Moccolo of the year”.
Allenandomi duramente, andando controcorrente e rinnegando le mie radici in momenti che avrebbero richiesto struffoli, chiacchiere, zeppole o pastiere, io non avevo occhi e mani che per lui, il noddicissimo strudel. E sabato l’ho realizzato: proprio come ce l’avevo in mente, proprio come Zeus che genera Atena. C'è stato solo un momento in cui ho temuto che la creatura mi si rivoltasse contro in preda ad un accesso di calderolizzazione: quando invece delle renette d'ordinanza, ho usato le ultime annurche di primavera.
Ah, dimenticavo: niente foto. Primo, sono ancora scossa dalla rivelazione che anche la Maribè mi si da alla vegetale e con risultati più che discreti e voglio evitare il confronto, almeno per il momento. Secondo e più verosimile motivo: durante la fase dell’estensione della pasta non c’era nessuno che mi potesse immortalare. Dopo, a Strudel confezionato c’è stato un piccolo incidente di percorso: avevo steso, steso, steso, steso e steso; poi farcito ed arrotolato, arrotolato e arrotolato. Quindi mi sono rilassata e concessa una meritata pausa, giusto il tempo per il mio treenne preferito, di srotolarne un lembo, infilarci un braccio fino ad altezza gomito e scavare alla ricerca dei pinoli e delle uvette. Ho tentennato tra due opposte emozioni: ma poi non gliel’ho fatta e sono scoppiata a ridere. Per dovere di cronaca: Lo Strudel nonostante qualche buco e qualche piega non omologabili, è stato cotto, mangiato, apprezzato e magnificato da tutti. Son soddisfazioni, signora mia.
Ele O'Noyra

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17 febbraio 2006

Venerdì, 17 Febbraio

Fermi lì, via gli amuleti! Oggi è un giorno splendido, oggi è la

- Giornata Mondiale del Gatto -

Perché proprio oggi? Beh, l’hanno deciso le associazioni gattofile del mondo.
Pare che Febbraio sia dominato da Urano, pianeta degli spiriti liberi e indipendenti, del genio e della sregolatezza, … più felino di così … mentre il numero 17 se scritto in numeri romani (XVII) può essere anagrammato in “vixi” (ho vissuto), cosa che solo il gatto –con le sue 7 vite- può dire. Il 17, poi, esattamente come il gatto, è legato da sempre alla magia e alla superstizione.
Ho anche letto (qualcuno me lo conferma?) che In Sicilia si ritiene che il gatto nero protegga dagli spiriti malvagi e quindi viene tenuto in gran conto.
Per come la vedo io, ogni giorno è la giornata del gatto, di qualunque gatto. Ma come si può resistere? Io non ci provo nemmeno. Oggi, per festeggiare in modo speciale, salmone rosa del Canada per Memeo, Tigre e Attila, per Tessi pollo allo spiedo, la sua passione.

Se volete cimentarvi con qualcosa di particolare, vi copio tre ricettine pescate sul calendario micioso “Gatti come noi”.
- Pollo al profumo di formaggio
1 dado di carne, pollo disossato a pezzettini, formaggio grattugiato.
Versate mezza tazza d’acqua calda in una ciotola e scioglietevi dentro il dado. Aggiungete la carne e guarnite con il formaggio. Servite non troppo caldo.
- Pesce delizioso con fantasia di pane
1 tazza di merluzzo bollito, mezza tazza di briciole di pane.
Cuocete a fuoco lento per qualche minuto il pesce sminuzzato in mezza tazza d’acqua, insieme alle briciole di pane. Aspettate che si raddensi e servite tiepido.
- Biscottini alla miciosa
2 etti di sardine pulite a pezzettini, un quarto di tazza di latte in polvere, mezza tazza di farina, acqua.
Mischiate tutti gli ingredienti. Ricavate delle palline da questo impasto morbido, schiacciatele con una forchetta e cuocetele in forno a 180° fino a che diventano dorate.

Quando avrete pensato al micio di casa, ricordatevi anche di quelli meno fortunati: un cartoccetto di cibo lasciato in qualche angolo di strada ben defilato farà felice i randagetti e anche un aiutino al gattile della vostra città sarebbe una bella cosa, non chiedono molto, a volte sono utili anche solo vecchi vestiti per fare le cucce ai piccolini.

Se non avete già un amico di zampa potrebbe essere il giorno giusto per pensarci seriamente (seriamente, ho detto!) Un gatto riempie la vita, è un amico che non vi tradirà mai, che vi consolerà quando sarete tristi, che giocherà con voi nei giorni di baldoria, che vi assisterà amorevole se avrete il raffreddore, che vi aiuterà nelle vostre prodezze culinarie, che farà crescere meglio i vostri bambini, che darà un tocco di vera classe alla vostra dimora: come diceva Mark Twain “Una casa senza un gatto ben nutrito, coccolato e riverito, sarà forse una casa perfetta, ma come potrà dimostrare la sua nobiltà?”

Non chiedetemi per quale analogia mi è venuta in mente, ma ora vi racconto questa, appena sentita da Marì:
"È allo studio una fonte di energia nuova e rivoluzionaria.
Occorrente per la sperimentazione:
Gatto (1) Fette di pane (1) Burro (50 g) Spalmaburro (1) Tappeti persiani antichi (1) Realizzazione: Prendere la fetta di pane e spalmare con cura il burro su UNA SOLA della due facce. Attaccare il gatto di schiena SULLA FACCIA NON IMBURRATA della fetta di pane. Lasciare cadere il tutto da una certa altezza sul tappeto persiano. Nota Bene: il tappeto DEVE essere ANTICO e PREZIOSISSIMO, più è prezioso e più potente sarà il motore. Ora, per note leggi naturali, il gatto cade sempre sulle quattro zampe e il pane cade, sui tappeti preziosi, SOLAMENTE dalla parte del BURRO.
Quindi l'insieme Pane Imburrato/Gatto rimarrà a mezz'aria roteando con velocità crescente, cercando di rimettere ordine nelle leggi naturali. Collegando opportunamente un generatore all'insieme Pane Imburrato/Gatto, si può ottenere corrente elettrica di potenza proporzionale alla quantità di burro, all'area del pane e al valore del tappeto."
In tempi di crisi energetica un pensierino si può fare, no? ;-)

A questo punto, siccome i nostri gatti non si fanno mancare nulla, partecipano pure all’ultimo meme canterino:
1. La gatta
2. Matto come un gatto
3. The Year of the Cat
4. Jellicle Songs for Jellicle Cats
5. Il Gatto e la Volpe
6. 44 gatti (in fila per sei …)
7. Volevo un gatto nero
e, dato che se ne infischiano delle regole, anche
8. Il valzer del moscerino ;-)

Dopo la musica, un po’ di sana lettura. Per conoscere meglio i nostri amici vi suggerisco “La vita emotiva dei gatti” di Jeffrey Moussaieff Masson, se invece volete l’avventura tuffatevi nel giallo con la più affascinante coppia di investigatori del mondo letterario: Koko e Yum yum, per la serie “Il gatto che …” dalla penna di Lilian Jackson Braun. Oppure una favola che fa pensare “Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori” di Terry Pratchett.
Non riuscite a leggere perché Micio vi si è acciambellato in grembo, sopra il libro ovviamente? Guardate insieme un bel musical! No, non sono originale: Cats, che altro? :-)

A tutti i gatti e a tutti coloro che li amano: Felice Giornata del Gatto, oggi, domani, sempre.

Patt

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Oh gatta


Oh gatta, le dicevo, o per meglio dire invocavo: beeelliiiissima gatta! gatta splendida! dolcissima gatta! gatta di seta! gatta che sembri un morbido gufo, gatta con le zampe come farfalline, gatta preziosa come un gioiello, prodigiosa gatta ! Gatta, gatta, gatta, gatta.
Doris Lessing- Gatti molto speciali - La Tartaruga edizioni
Kat ( e Nioula colta sul fatto da Remy)

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Una cartolina da Kat






acquerello di Sonja Dwinger
Art unlimited- Amsterdam

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25 gennaio 2006

'O rraù emigrante.


Parto, vado al nord a casa di amici e sono illuminata da una luce interiore perchè ho una missione: devo preparare il ragù alla napoletana. Voi mi direte: 'Ecche ce vo'?', in fin dei conti carne e pomodoro sono ingredienti comuni e facilmente reperibili ovunque nel mondo abitato. E invece no! La prima difficoltà consiste proprio nel tradurre i nomi dei tagli di carne occorrenti, perchè non posso di certo pensare di entrare in una macelleria lumbarda e chiedere con disinvoltura, tracchiulelle o gallinelle o pezzi di coperta: corro il rischio di shockare - ed anche anafilatticamente - il povero cervelé di turno. Quindi la fase uno di questo progetto-sfida consiste nella versione dal napoletano al meneghino: primo momento di sgomento, quando scopro che alcuni tagli NON esistono affatto in altre regioni, e non a causa di bovini modificati geneticamente che nascono provvisti di alcuni muscoli a sud e privi al nord, ma per le modalità diverse da regione a regione di dissezione in quarti, da cui poi derivano i tagli di carne. Appurato che le tracchiulelle ossia le costine del maiale sono universali (cambia solo il nome) resta il problema delle braciole: tale termine alle mie bassitudini indica -attenziò- un involtino di carne di manzo e non una bistecca di suino....uff, che fatica! A questo punto urge colloquio con la mia 'sarcologa' di fiducia, alias la mamma, che mi aiuta a stabilire una strategia tramite la quale istruire il malcapitato beccaio polentone a tagliarmi ciò che mi serve: dovrò chiedere -grazie ad una faccia di tolla genetica- delle fette di biancostato disossato e sgrassato alte un centimetro, lunghe venti ed altrettanto larghe. E pensare che in una macelleria campana basterebbe chiedere un po' di coperta!
La parte teorica è ormai compiuta: non resta che passare ai fatti. Accompagnata da Silvia, che in quanto indigena fungerà da interprete, entro nella macelleria dove trovo Giuseppe: un uomo, un mito. Resta tutto il tempo in paziente ascolto di ciò di cui ho bisogno, con espressione attenta ed incuriosita, per nulla seccato dalla stravaganza delle mie richieste, anzi con l'appassionata partecipazione di uno che il suo mestiere lo conosce e desidera sperimentarne nuove frontiere. Incurante della fila di persone che ormai affollano il negozio, Giuseppeunuomounmito si mette di buona lena a prepararmi la coperta per le braciole: se non l'avete mai visto fare, sappiate che è un lavoro certosino, in cui il pezzo di carne lombardamente tagliato deve essere completamente stravolto. L'unico momento di perplessità è affiorato sul volto di questo brav'uomo, nel momento in cui mi ha domandato se preferissi manzo o vitello ed io di rimando gli ho chiesto l'età del vitello: eh sì, vagli a spiegare che noi usiamo in genere l'annecchia, ossia un bovino femmina, giovane ma non troppo che non abbia ancora figliato e quindi di un anno o poco più d'età....lasciamo perdere, va...
Usciamo dalla bottega del macelar col nostro fagotto ed io devo trattenermi per non abbracciare e baciare Giuseppeunuomounmito. Dopo questa esaltante esperienza, la luce interiore che mi possiede da prima della partenza è ormai diventato fervore quasi divino: mi aspetta la realizzazione, la messa in opera del piatto e la conseguente evangelizzazione di palati nordici, che giammai provarono l'esperienza sincretica di questo famoso e pluricelebrato piatto napoletano. Qui mi tocca fare una chiosa: 'o rraù è presente sulla tavola della mia famiglia praticamente ogni domenica da che io ricordi, è quindi come un familiare. Proprio per questo motivo, non ne posso parlare obiettivamente, tantomeno troverete affinità tra la ricetta 'classica' , quella per intenderci raccontata da Eduardo in 'Sabato, domenica e lunedi' e la versione che ormai da più di un secolo appartiene alla famiglia di mio nonno materno.
Ma torniamo alla cronistoria: la fase due comincia con la ricerca della pentola adatta - 'o tiano - un tegame largo a sufficienza da contenere tutti i tipi di carne in un solo strato ed alto abbastanza per accogliere l'ingente quantità di pomodoro. Preparo le braciole, passo al mulinello pomodorini e pelati in barattolo, mirabilmente assistita da Silvia ed Ombretta e via, tutto in pentola, dove olio evo in dose generosa ed aglio intero schiacciato sfrigolano allegramente: comincia la fase di rosolatura della carne, che durerà almeno un'ora, dopodichè, aggiunto il pomodoro, il rraù dovrà sobbollire alias 'peppiàre' per almeno 4 ore. Ecco, finalmente è pronto: ed è a questo punto che comincia la fase tre, quella in cui, finalmente cibandosi di questa elaborata pietanza, corpo ed anima si fondono. Perchè 'o raù coinvolge tutti i sensi: il colore rosso scuro ed invitante; la densità grassa e promettente; il profumo avvolgente e metamorfico; il gusto barocco ed equilibrato; il dolce e ritmico ribollire. E poi 'o raù si attiene ad un codice che oserei definire deontologico (ecco, ho osato):diffonde socialità, perchè va necessariamente preparato per molte persone; è celebrativo, perchè data la lunghezza della sua preparazione ha bisogno di un giorno di festa o di ozio; è umile, perchè sa comparire in altri piatti, sacrificando la sua tendenza al protagonismo assoluto, assumendo le sembianze - ma solo quelle, neh!- di una comune salsa di pomodoro; è affettuoso, perchè se lo ami e lo curi, ti ricambia generosamente....cosa dire di più? Datevi al rraù.
Ele O'Noyra

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20 gennaio 2006

Colpi di coda


Cosa succede quando una tipa con la bizzarra inclinazione per le ricette slow (nel senso da slowfood, quindi per la serie tradizioni da salvare, ma anche di lenta lavorazione) si mette in mente di cucinare un piatto che non appartiene alla sua zona ne' alla sua cultura, che non ha mai mangiato e neppure mai visto?!? Dipende. Dipende da chi è la tipa, ovviamente. Se si tratta di Gennaresa la cosa non comporta nessun problema: a lei l'attitudine alla cucina scorre nel sangue e amen; se invece si tratta di Marì (anche un po' -ber) la faccenda si complica. Ella, si sa, parla tanto di cucina, ma non cucina quasi mai. Quindi si accinge all'arduo compito dopo aver scandagliato il web e stressato conoscenti e sconosciuti per giorni e settimane e mesi. Siccome ella sarei poi io, la smetto di esprimermi in terza persona come un capo indiano o una velina intervistata da Marzullo, e vi racconto. Un bel giorno di ottobre il marito di mia madre, persona che adoro anche (ma non solo) perché storditamente mi ritiene una che cucina bene, rammentando i suoi giovanili anni romani dice con aria sognante -ah, la coda alla vaccinara .... e attacca a raccontare suggestioni e profumi, la zia che tagliuzza il sedano, il pentolone di coccio sul fuoco per ore, e quel tocco di cacao che allora a lui sembrava un' inconcepibile stravaganza... Naturalmente mi sbilancio e dico subito, ottimista: -Chiedo in giro e te la faccio! Scopro poi, con un certo sconcerto (bello, eh, certo sconcerto?!?) che la coda alla vaccinara si fa per forza con la coda. Ammetto che a questa arguta conclusione gente più in gamba di me sarebbe arrivata subito, ma io mi illudevo che una sorta di spezzatino alla vaccinara avrebbe sortito pressocché lo stesso effetto madeleines. Ebbene no: si narra che la particolare cartilaginosi... cartilaginei... insomma, che 'sta coda abbia il suo perché, e solo con essa (che coerentemente chiamerò CODESTA) si ottenga una certa peculiare consistenza del sugo. Ora: io abito a Sanremo, dove non è che la coda alla vaccinara figuri proprio tra i piatti più gettonati, inoltre l'ultima volta che ho visto una mucca intera e viva avrò avuto otto anni... che ne so io di code? Partono le indagini. E devo denunciare con rammarico che la gente mostra una certa reticenza a parlare di coda. O forse di vaccinara, non so. In pratica il mondo si divide in due: quelli che dicono: piji 'na coda e la cucini, che 'cce vo' e quelli che ne sanno come me. Per non parlare del macellaio... mi fa capire chiaramente che perché mi riservi una coda da vaccinare, io dovrei prima essere moooolto gentile con lui (... nel senso di presentargli una mia amica più carina e più giovane di me, chiaro). Insomma, ad ottobre abbandono il progetto. A gennaio, però, un uomo dal fascino magnetico - tal Demerara da Tigliole - commette l'imperdonabile errore di cucinare codestacoda e di parlarne in termini entusiastici in chat. E' finita. O meglio, ricomincia l'ossessione: riapro le indagini a spaglio, ma senza interrompere il terzo grado tormentoso e quotidiano al suddetto U.D.F.M. che - dapprima disponibile, poi viavia sempre più provato - tenta di chiarire tutti i punti oscuri. Nel frattempo scandaglio tutte-le-ricette-disponibili-in-rete-e-altrove, le raffronto, le soppeso, ne studio il pedigree (scartando quelle dalla paternità incerta e dalla provenienza dubbia) e... beh, le mescolo, ottenendo la formula magica che foooorse un giorno vi svelerò. Prometto al macellaio di presentargli Demerara (... eh, sì, avevo equivocato i suoi gusti) e riesco a farmi vendere una coda. Ahhhh... che sollievo... il più è fatto. Anzi, no: adesso mi tocca cucinare!!! Mariber

Gli Scribacchini ringraziano Alberto per il disegno

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12 gennaio 2006

Mi è germogliato un ricordo


Quei semi lì spero non germoglino mai. Sono un regalo di un amica che mi conosce molto bene (merci,merci Christel) artisticamente incorniciati da mia sorella Anne (super cadeau de Noel, merci Nanette).
Però... mentre con Remy si cercava dove appendere quella delizia di quadretto nella nostra mansarda "senza muri", mi sono tornati in mente i miei primi passi in cucina. Mai visto una pentola, mai acceso un forno, mai cucinato qualcosa in compagnia della mamma (non starmi fra i piedi, vai a giocare) o della nonna (attenta Gioia che ti bruci, vai a giocare). In compenso, appena adolescente già aprivo le riviste dal fondo (le schede cucina di Elle erano già un istituzione) e ritagliavo ricette che, una buona dozzina di traslochi dopo, ancora mi accompagnano (seppur in sapiente disordine ;-) Cosa c'entra coi semi esotici del quadro? C'entra, c'entra.
Ripeto, in cucina non sapevo fare nulla. Ancora oggi molti gesti mi sono estranei. Per mancanza di pratica, dicono i più gentili. Per scarsa manualità, probabilmente. Andrò a fare uno stage da Mercotte, oppure mi presento da Gennarino munita di sacca poscia, poi ne riparliamo... Non sapevo cucinare nulla o quasi e, degli alimenti, sapevo pochissimo.
In compenso morivo di curiosità e mi facevano sognare i nomi delle spezie, dei vari legumi e cereali (e pensare che all'epoca ancora non si parlava né di fave tonka né di quinoa ;-) ed ero convinta di non poter cucinare una cosa se non avevo questo o quell'ingrediente strano all'ultima moda. Non sapevo sostituire con qualcosa di equivalente, magari più semplice, più tradizionale delle mia terra, pardon, delle mie terre. Non sapevo inventare perché non sapevo abbinare. Più di tutto, non sapevo fare senza. Senza quel prodotto allora reperibile solo in Francia quando ero in Italia e inversamente. Senza quella polverina magica che ad Aosta non vendevano ancora, quando da Torino mi esportarono qua. Ecco, ora credo di poter dire che so fare senza. Mi sa che ho imparato a cucinare.
Però... che belli quei semi incorniciati così! Kat

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